17 gennaio 2013

 

Sembra una bambina, piccola, mentre dorme con le mani distese sulle lenzuola e la testa inclinata, e si intravede il pigiama rosa con le pecorelle. Poi si mette a russare come una motosega.

Infine si tira su, mi chiede se ha i capelli a posto, e si fa dare lo specchietto per vedere se quel poco di rossetto, messo di straforo anche prima della sala operatoria, è ancora al suo posto.

E’ fatta così.

E’ la mia mamma.

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Diversamente felice?

Zia Marisa telefona da Bossolasco preoccupata per il cadere dei primi fiocchi, io da massaia sempre più somigliante a mia madre sto stilando la lista della spesa per la cena di sabato, una volta la cena del sabato era con amici, conviviali raclette e bourguignonne, ora aspetto gli zii ottuagenari, e per telefono li rassicuro dicendo che potrebbero venire da me con lo slittino, poi al massimo accamparsi per la notte.

Ieri Renato ha detto “ora vado a casa, ad accendere il caminetto”, e a me è venuto da piangere, ripensando alla casa di Orietta con il camino in taverna, e quello spazio grande per il mio tavolo da 2 metri e 20 che non andrà mai a collocarsi lì, dove ci sarebbe stato perfetto con il divano testa di moro nell’angolo e il cucinino dove ora tengono la macchina da cucire – si sarebbe potuto abbassare il muro divisorio e trasformarlo in un muretto lasciando l’angolo cottura in vista. Poi mi torna in mente l’agente immobiliare che mi ha proposto un terreno, una bionda secca e stitica, con le Hogan il trench i capelli raccolti, ah, si, adesso  è castana, ma a me è tornata in mente in sogno, quindi lì era ancora bionda, il suo cipiglio somigliava quello di Annette Bening in American Beauty, mi pareva quasi di leggerle il labiale “I will sell this house today – I will sell this house today”, ma io voglio la casetta rosa con le tapparelle verdi il glicine nel vialetto il camino nella tavernetta i muri color mattone, era la prospettiva del mio sogno, o no?

Mi muovo in macchina, accompagno mia mamma in ospedale per il ciclo di punture, ho promesso che mi sarei occupata di lei, non voglio che faccia da sola nemmeno una piccola cazzata, a lei non pensa mai nessuno, mentre lei si occupa sempre di tutto e di tutti, primo fra tutti mio padre che la chiama la mia badante, non è giusto mi dico, allora partiamo e viaggiamo, e ci godiamo il tempo insieme, almeno fino a ieri era tutto un’esplosione di gialli, rossi e arancioni, da oggi piove e tutte le foglie stramazzano al suolo invece di svolazzare poeticamente. No, questo non l’ho sognato, e non l’ho nemmeno visto in rete. E’ la prospettiva dal parabrezza del mio vecchio catorcio.

Ho anche visto il cartello della metro, ma non ricordo dove, non sono stata a Torino recentemente, sarà in rete, e ho visto il cartello del nuovo concessionario VW, quello forse era ai bordi di una rotonda, il maggiolino mi sorrideva e io pensavo a Silvia chiedendomi se ancora avrà un lavoro, o no.

Ho visto un vestito, strizzato in vita, con la gonna larga e svolazzante, e scarpe con il tacco alto, una gamba alzata stile pin up, o forse stile lady appena uscita da un film in cui Nicole Kidman recita la mogliettina perfetta, questo abito e la sua indossatrice sorridono nella foto, e lei dice “si vede che sono diversamente felice?” mh…. non l’ho visto in rete, il vestito. Non l’ho sognata, e non era un film: era mia cognata, alla festa dei 50 anni di attività di mio padre – perchè non ho avuto la prontezza di un va’ diversamente affanculo, stavo dormendo? sognavo?

Sognavo che la felicità sarebbe stata ancora possibile, e così è stato, l’anno scorso in spiaggia ed era novembre e piangevo perchè avevo il sole negli occhi, o forse perchè ero felice e volevo trattenere tutto quel sentirsi così bene, la mia bambina in braccio, il mio ragazzo a tirar pietre in acqua e contare i rimbalzi facendo a gara con suo padre, una cosa così nuova, io volevo immagazzinar tutto e farne scorta, per averne sempre nei giorni di novembre di tutti gli altri anni.

Poi ho sentito mio padre chiamare mio marito “quello là”, e rifiutare di firmare il biglietto di auguri per il suo compleanno, e mi ricordo, non l’ho sognato anche se non c’era nessuno ad ascoltare: io ricordo che disse “non sono d’accordo che vi separate” e subito dopo “se proprio dovete, il bambino rimane con noi”, sono passati dieci anni e ancora non riesce – non dico a provarlo, ma almeno a mostrarlo – un po’ di affetto. E voleva mio figlio. Lui che non l’ha mai accudito un secondo, e che pure con mia figlia è capace solo a tirar fuori soldi, e la chiama “la bimba” come se fosse incazzato del fatto che non l’ho chiamata come sua madre, e poi entra a sorpresa in casa mia per vedere come sta, la mattina prima che io arrivi in ufficio, ma io lo so, certissimamente, questo non me lo sogno, e non è la mia immaginazione, lui non passa per vedere sua nipote, che tutte le sante mattine a quell’ora dorme, finchè non sente il campanello e si sveglia di soprassalto, lui passa per vedere come mai a quell’ora non sono ancora al lavoro.

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Un altro equinozio d’autunno

Dieci anni, con lo scarto di qualche settimana, se non è primo giorno d’autunno poco ci manca… e mi ero scordata. Mi ero dimenticata, eppure….

…. Eppure, di nuovo oggi ho i capelli corti, e come allora ne sono insoddisfatta, ma ci sono ricascata, permettendo al parrucchiere di infierire troppo. E ricordo le parole di Barbara che diceva “per portare bene il capello corto bisogna truccarsi”, ma io non ho mai imparato: dieci anni, e sembra ancora che io non ami il mio corpo, che lo trascuri, nel desiderio di apparire trasparente nonostante la mia impacciata ingombranza.

Dieci anni fa io e Barbara camminavamo sulla ghiaia di fronte all’affresco della fontana “fredda”, e oggi? Percorro lo stesso vialetto, per le stesse occasioni mondane legate a qualche traguardo di carriera di persone che mi ruotano intorno ma non mi amano come vorrei, e sembra che il tempo non sia passato, nonostante le rughe ben nascoste dietro la montatura degli occhiali.

…. Eppure, qualcosa è cambiato, da allora.

Ricordo: c’era una busta bianca, dentro un cestino da frutta, posta in vista sul tavolo. L’amministratore di condominio trasmetteva ad Alberto V. i suoi conteggi. Per me è sempre rimasto B., fossilizzato in qualche angolo sconosciuto del corpo, o della mente, ormai mi confondo, cristallizzato in una sola faccia immutevole, quella dura della recita spietata, le sopracciglia increspate da un ruolo che era un gioco e ho sempre preso troppo sul serio, persino nella rielaborazione mentale.

… Eppure rideva, parlava di cose futili, si scaldava nel descrivere viaggi, e proprio incastonato dentro tre libri di viaggi lo scopro oggi per caso, lui nella foto sorride, apparentemente felice nel suo eteronimo che si fa beffe di un’infanzia disastrata, di una madre oppressiva e di tanti, troppi problemi con il corpo e con il cibo. Tutto superato, o forse inventato, non mi sarà mai dato di sapere, perchè lui per me non è mai stato Alberto V. che paga le spese di condominio, mai stato il viaggiatore solitario, lo scrittore che sorride nelle presentazioni in libreria.

Dieci anni e io sono ancora fossilizzata come allora, ancora con i capelli corti, il cervello arrugginito incapace di cogliere appieno ciò che gli altri sono,  ancora con i miei inutili contorcimenti intorno alle parole che non so più scrivere, che guardo giacere alla rinfusa incapaci di ingioiellarsi in giusta sequenza come perle sul filo d’acciaio. Sono ancora qui, a  grattare il muro in rete, per vedere se da qualche parte si scrosta il residuo di qualche vecchio presuntuoso racconto perso in un hard disk o in una chiavetta usb andati a fuoco. (Ma lui, che mi incoraggiò a scrivere, perchè non mi disse mai d’esser scrittore?)

Dieci anni. Eppure sono ancora ferma qui. Ed è di nuovo autunno.

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Il mio venerdi pomeriggio ozioso tra fatture da registrare, emozioni da dipanare e un po’ di voglia di piangere

Alle sedici e quindici di questo uggioso venerdi pomeriggio sono presa all’improvviso da una spessa coltre di malinconia, e mi metto a vagare a caso nel web per cercare di distrarmi, e non pensare.

Per non pensare a mio padre, che dopo avermi vista piangere per settimane, ha pensato di consolarmi – più che altro, alleggerirsi la coscienza – telefonando alla proprietaria della casa perduta, e facendo una controofferta. Avrei dovuto sentirmi consolata? Io mi sono sentita doppiamente offesa, sembrava quasi che dalle labbra gli pendesse l’affermazione che non ero stata capace a gestire l’affare, e che lui sarebbe stato l’unico a poter rimediare.

Fatto cio’, dopo che ovviamente si è visto rifiutare l’offerta giunta oltre i tempi limite, si è dilungato nello spiegare che, lui, aveva cercato di non intromettersi nella gestione della compravendita per rispetto nei confronti del genero (e adesso, quel rispetto, dov’è?), che era sempre stato disponibile a dare una mano, ove possibile… L’ho guardato in tralice, e ho atteso di avere una buona occasione per controbattere.

Dato che però è sempre mio padre, e io sempre sua figlia, l’altra sera mi ha liquidata con una pacca sulla spalla, dicendo che mi avrebbe aiutata, anche economicamente, se necessario, e io ingenua ho pensato “stavolta gli è spiaciuto, si è reso conto che è andata così anche per causa sua”. Non gli avrei chiesto denaro, solo consigli.

Anche ora, che l’ho accompagnato in macchina di fronte al noccioleto dove mi hanno proposto di edificare, cercavo un parere, un minimo di condivisione, senza sperar troppo in una totale approvazione. Non volevo, non voglio un partner in affari. Papà, hai detto che mi saresti stato accanto, ma perchè tutto quello che ti chiedo non è mai degno di considerazione? Ovviamente l’affare è pessimo, il prezzo esoso, la zona umida, lontana, troppo in pendenza.

Lo stesso giorno, si presenta in ufficio un mio cugino con un estratto catastale in mano. Viene da suo zio, mio padre, e gli domanda consiglio per un affare che gli hanno proposto. Lui si prodiga, si fa in quattro, telefona in giro, e io lì accanto vorrei picchiarlo. Quando si mettono a parlare di cifre, lui si propone addirittura come socio in affari in caso non avesse la forza economica per sostenere l’investimento. Non so se mi viene più da piangere o da picchiare. Alla fine sbotto, e gli tiro fuori tutto – mio cugino sbigottito.

E così, oggi mi sento un po’ svuotata. Non so cosa fare, cosa pensare. Mi sento da sola a dover prendere decisioni, senza averne le capacità - anche se penso spesso che, se avessi veramente fatto di testa mia, a quest’ora avrei un compromesso firmato e una casa pronta per le prossime ferie. Invece, sto qui con un padre opprimente e un marito indifferente, a continuare a chiedermi perchè mi sento malinconica. Sono le sedici e quarantacinque, e forse era meglio se vagavo per il web, o se mi mettevo a chattare come qualche secolo fa.

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E poi?

Perchè non mi hai detto che gli uomini sono pericolosi? Perchè non mi hai messo in guardia? Le gran dame sanno come difendersi perchè leggono romanzi che parlano di questi artifici…

(Tess dei d’Uberville – Thomas Hardy)

Le gran dame forse erano fortunate, non rimanevano irretite nelle furbe operazioni di marketing di coloro che, non contenti di aver attirato le curiosone con 50 sfumature di grigio, le lasciano in sospeso, prive di un finale che meriti, costringendole così a comprare 50 sfumature di nero. (Ripassare il significato di Tease and denial )

A parte un Accordo di Riservatezza, che mi ricorda i sempre più frequenti accordi prematrimoniali dal sapore di telefilm legal – soap, ma molto attuali e sfruttati anche nella nostra piccola italietta – anche il contratto con dettagliata descrizione dei si può-non si può-si deve è ormai chiacchieratissimo in provincia. (Come sarà poi andata alla coppia emiliana in via di separazione,  i cui  legali si son trovati in mano quel contratto di sottomissione?)

A parte lo sdoganamento globale che ormai s’è fatto di tante situazioni che una volta sembravan soltanto da malati, o qualche volta da originaloni, la sensazione nel terminare questo primo tomo e nell’iniziare l’inevitabile sequel è che… manchi sempre qualcosa, a renderlo una narrazione avvincente. Penso sempre che qualcosa di stupefacente debba accadere nel prossimo capitolo… eppure… tutto si ferma lì, al grigio appunto. Magari, prossimamente, al nero, e al rosso. Mancano tanti…. Troppi colori.

Eppure, chi disprezza compra.

Accetto le condizioni, Angel; perchè tu sai meglio di me quale debba essere il mio castigo; solo… solo… non fare che diventi più pesante di quanto io sia in grado di sopportare!

Forse quella Tess dei d’Uberville meriterebbe d’esser letta a discapito di tutte queste sfumature.

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La fiera dei luoghi comuni – fino al capitolo 5

Iniziamo con il Twinings English Breakfast come marca preferita di the (poteva almeno preferire un Earl Grey – per iniziare con qualche doppio senso, no?)

Poi:  ”Ho voglia di essere baciata”. Oh, che cosa incredibile. Non ci posso credere. E con questo, si chiude innocuamente il capitolo 3.

Nel Capitolo 4, la damigella Anastasia si ubriaca e si mette nei guai. Il nostro Paladino Grigio interviene localizzando il cellulare della signorina, salvandola da un incontro inopportuno con l’affermazione  ”Mi sembra che la signora abbia detto no” (ma dai?).

Non contento, si mette a far da infermiere, con la manina sulla fronte mentre la nostra Ana ci dà di vomito, poi sviene. Ovviamente, nel post sbronza del Capitolo 5, lei si sveglierà nel grande letto di lui. Primo momento fastidiosamente Harmony…

E come sono arrivata qui, e che ci faccio nuda, chi mi avrà mai messo a letto, io naturalmente ma non ti ho toccata perchè a me piacciono coscienti e non puzzlenti di vomito, scusa mi vergogno, non ti preoccupare che nel frattempo ti ho fatto comprare biancheria e vestiti nuovi dal mio maggiordomo, però, attenta- e noi lettori allora drizziamo le antenne – “Se fossi mia, non potresti sederti per una settimana dopo la bravata di ieri sera”.

Guarda che lui ti avvisa, ma se tu continui a concentrarti solo su quel “se fossi mia”, e pensi sempre agli scout e al bricolage…. è ovvio che poi caschi dal pero. No.. lei pensa solo ”per la prima volta nella mia vita ho voglia di andare a letto con un uomo”.

Oh, oh. Harmony ai massimi livelli… questa è anche vergine…. Ma lui non lo sa ancora… e invece mette le mani avanti per farsi capire meglio.. “non ho intenzione di toccarti, Anastasia… non prima di aver avuto il tuo consenso scritto”.

Con la marca da bollo?

“Se significa che il suo segreto, qualunque esso sia, è così orribile che non vorrò più saperne di lui, allora francamente, sarà un sollievo.” (la dea interiore sì che ha annusato qualcosa…. )

E lui rincara… “Se tu avessi mangiato a sufficienza ieri, non saresti qui, e io non avrei dovuto scoprire così presto le mie carte”. Voleva cucinarla meglio, a fuoco lento, ora teme che lei scappi a gambe levate. Non sa che l’unica ad aver capito è Dea, e che tanto, lei, non la ascolta nemmeno.

Riflessione sulla chiusura del capitolo 5: inizio a pensare che dominazione e rapporto conflittuale con il cibo sia un binomio da fare indagare a qualche freudiano convinto.

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Capitolo 2 – Quel pasticciaccio brutto in ferramenta

Avevo promesso un work in progress e mi stavo quasi scordando perchè… si… lo ammetto… nella parte centrale il romanzo diventa godibile – ma la parola è priva di doppio senso – intendo dire, non c’è nulla di eccezionalmente perverso, niente di particolarmente sconvolgente ma nemmeno un eccesso di zuccherosi sdilinquimenti…. Non è una storia che leggerei con una mano sola, come si suol dire, ma nemmeno un intreccio che ti fa distrarre pensando ad altro mentre leggi…. Insomma, è un po’ una sorta di Faletti del sadomaso, una di quelle letture che lì per lì dilettano, ma se ti chiedessero un anno dopo di raccontar la trama… boooh??? In ogni caso, sotto l’ombrellone ci stava bene, lo ammetto. Il punto è resistere – almeno - dodici capitoli prima di ciò.

Ad esempio, il capitolo due è a dir poco inverosimile. Intanto, il solo fatto che una ragazza prossima alla laurea in lettere antiche scelga, per arrotondare il bilancio durante gli studi, di lavorare proprio in una ferramenta, darebbe da pensare. Il fatto che stia lì ad una settimana dalla laurea, idem. L’antefatto era l’incontro con il giovane miliardario per intervistarlo al posto dell’amica coinquilina per il giornale della scuola. Ok, vada per l’intervista, con tanto di capitombolo (perchè le sottomesse devono sempre essere imbranate? Me lo spiegate? E’ un binomio inscindibile? Se una non è goffa, forse, evita la sega mentale di volersi far crepare di mazzate?).

Quello però che mi fa immensamente ridere è che il miliardario in questione, affascinato non si sa come non si sa perchè dalla nostra impacciatissima signorina, decida di recarsi in ferramenta. Voglio dire… anche facendo finta che non sia Portland, ma la piccola Alba…. E’ come se il Signor Ferrero concedesse un’intervista alla ragazzona e poi, qualche giorno dopo, gli venisse voglia di comprare due metri di corda… Invece di mandare l’autista, o il custode, o chiunque normalmente si occuperebbe di queste cazzate, lui parte e va dal Self di Baraccone, va dritto dalla tizia in divisa verde, “Passavo di qua”, dice (e la sua voce è “roca e calda come cioccolato nero fuso al caramello”, roba da diabete) e mentre c’è, chiede due dozzine di fascette, con fare allusivo (se vuoi usare le fascette col cavolo che una sana di mente ti si sottomette, a meno che non voglia finire al pronto soccorso e magari al tg della sera), un po’ di nastro di carta (passa da me, che te lo do io quello), e lei cosa fa? Misurando la corda gli domanda… candida candida… se era negli scout, e poi chiosa ”Deve imbiancare?”  rifilandogli un paio di tute da lavoro.

Tutte le domande intelligenti, invece, vengono poste da Anastasia solo nella sua psiche, dove c’è una cosa che chiama “dea interiore” che non fa altro che commentare senza che lei esterni verbalmente nulla…. Dal punto di vista narrativo è immensamente fastidioso, anche se questa dea sembra la più sana di mente di tutti i personaggi del libro. 

 

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50 sfumature al nome del blog

Quando il talentuoso e giovane Marco m’ha traghettato il blog ha dovuto accorciarne il nome, e così “Le donne che scrivono (sono pericolose)” è diventato “Le donne che scrivo”, il che mi piaceva, come eco di un tempo in cui mi dilettavo ad infarcire web e word di pseudoerotismi e introspezioni varie. La mia nuova mammitudine ha poi preso il sopravvento, in maniera meno tormentata della prima, e così ho pensato che titolare il blog con l’affermazione che “Le mamme” (non sempre e non tutte, ma nel mio caso sì) “che aspettano sono noiose” sembrava adeguato.

Poi s’è perso quel “noiose” perchè, di fatto, scrivere due o tre volte l’anno non è che possa annoiare poi molto.. statisticamente corro il rischio di stufare soltanto più tre o quattro persone. (Per contro, pare che oggi furoreggino i mommy-blog, ora che non sento più così forte quella necessità di sfogo che invece urgeva alla prima mammitudine – ora mi godo il fiorire degli anta con l’unico cruccio di non aver il fisico per tener testa all’irruenza della mia piccola.)

Da ultimo, per quel che ho appena fatto bisognerebbe un’altra volta rimaneggiare il titolo. Ci vorrebbe un “le donne che scrivevo”, con l’aggiunta di un “erano così patetiche?” La versione “mamma” qui si deve nascondere, e un po’ della donna soprattutto vergognare, visto che… ho ceduto… e ho comprato le 50 SFUMATURE.

Dopo aver riso su ogni tipo di stroncatura di critica e invidiato un po’ il successo di vendita, ma non volendo sprecare i quindici euro, ho comprato l’ebook, sperando di cogliere così due piccioni con una fava: stare al passo coi tempi e vedere se non son troppo vecchia per digitalizzare la lettura, e poi toccar con mano l’estro letterario in campo di erotismo sadomasochistico della Signora James.

Insomma…. sarei poi stata capace di scriverla anche io, una trilogia così, avrei fatto meglio (dicono che ci vorrebbe poco, oppure è la solita invidia di chi dice di fronte a un quadro con uno sfregio “l’avrei fatto meglio io” eppure non ci ha mai provato) … e soprattutto, ci sarà  sostanza per invidia vera, oppure sarà la solita operazione economica ben riuscita? (Una volta erano cento colpi di spazzola, ora centocinquanta colori.. insomma… forse dovevo metter qualche numero anche io, nei titoli…)

Nel mio work in progress sono al bilancio sul Capitolo 1: niente di più che la ripetizione dell’ennesimo hardmony – la vecchia, trita e ritrita ragazzona impacciata che non riesce a pettinarsi, sbaglia i vestiti e si sente inadeguata. Mi ricorda tanti, tanti, inizi di scritti di cui non andar per niente fieri. L’unica morale che questo capitolo 1 ribaltato sull’amarcord dei miei passati tentativi narrativi mi fa scaturire dal cuore è la seguente:

amiche, vi devo chiedere pubblicamente scusa per avervi costrette a leggermi in passato, vi ho caricate di fardelli imbarazzanti senza neanche alleggerirvi l’animo alludendo a parti inventate… Per amicizia avete anche subito la docu-fiction dell’asilo bdsm di una disagiata-vedi-sopra-alla-voce-ragazzona-impacciata-eccetera-eccetera.

Chiedo perdono!

E vi terrò aggiornati.

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Adesso un anno fa – September morn

Quello che ricordo meglio della sala operatoria è la voce dell’ostetrica che urla “è Alice!!!!”, perchè fino all’ultimo, questa certezza sul fiocco rosa, non l’abbiamo avuta…. I medici avevano avuto tempo a farmi chiacchierare molto, per stemperare la paura e distrarmi dal loro rimestarmi prima con l’anestesia, poi con il cesareo vero e proprio, così avevo anche raccontato per filo e per segno la nascita del mio primogenito, un intervento d’urgenza per sofferenza fetale, il confabulare sottovoce, il trasferimento verso l’incubatrice senza nemmeno farmelo vedere in volto – io, la mamma, lo vidi poi per ultima, in tarda serata – il mio desiderio di abbracciare con gli occhi questo forseSamueleforseAlice per prima.

Così Alice mi è stata depositata vicino alla guancia destra, dove potevo sussurrarle “ciao tesoro, benvenuta tra noi”, e l’ho vista: rosea, ancora bagnata, per niente stropicciata come i bimbi dopo il parto, con un ciuffetto di capelli umidi che sembravano castani e poi si sono rivelati biondi. Non ho potuto toccarla, subito, perchè ero imbrigliata sul tavolo operatorio, e il secondamento che ci ha separati è stato un tempo lunghissimo.

D’istinto, ho subito guardato l’ora: erano le nove del mattino. Però, al mio ginecologo deve essere piaciuto di più otto-e-cinquantanove, e così è stato registrato. Più tardi, in camera, me l’hanno portata avvolta in una copertina con i disegni di Dumbo e dalla felicità ho pianto.

Fuori, mia madre in preda alla confusione proclamava “è uguale alla mamma!”, e dopo dieci minuti “è tutta il papà!”. Mio padre, che ha sempre odiato gli ospedali, mi mandava messaggini di affetto per mezzo di mio figlio, pensavo che non avrebbe mai avuto il coraggio di esprimerli a parole, invece alla fine del secondo giorno di degenza si è presentato, e mi ha ripetuto tutto, casomai non mi avessero riferito. (Nel bene o nel male mi fa sempre piangere).

Mio figlio non voleva più schiodare dal mio capezzale, diceva a tutti “le passo la notte” ed aveva appena iniziato prima media, era spossato dai grandi cambiamenti, così devastato – mi hanno raccontato –  da mettersi a piangere, a casa, prima di dormire, mentre di pomeriggio faceva i compiti accanto al mio letto.

…. E mio marito si è presentato con il vestitino rosso alla Minnie visto qualche tempo in un negozio, non acquistato subito per scaramanzia. Con i fiori. E con un fiocco rosa enorme. Il pomeriggio mandava sms a tutti senza capire bene cosa stava scrivendo. E poi hanno risposto in tanti. E tanti sono passati, e hanno mandato auguri, e fiori, e mi hanno fatto piangere…

Sembra ieri, ma è passato un anno.

E’ Alice!

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Ogni casa ha il suo prezzo, chi fa da sé (a volte) fa per tre, neanche il cane muove la coda per niente

Riassumendola a frasi fatte, la casa dei miei sogni ha trovato un altro padrone, che ha fatto un’offerta migliore della mia, anche se di poco.

Ho peccato di presunzione, pensavo di potercela fare a gestire la cosa da sola… Forse, ho ingenuamente pensato che la parte venditrice avrebbe accettato quello che veramente era tutto ciò che potevo offrire, senza ovviamente andare a piangere prestiti da mio padre che peraltro aveva negato il suo aiuto da principio.

Tempo delle ferie e… puff… il commercio lo fa chi è presente, magari chi ha già il libretto degli assegni pronto in tasca. E meno male che la padrona di casa aveva detto che le faceva veramente piacere che fossi io a subentrare…. Sì… Con la cifra giusta, magari.

Mi hanno anche detto “si è chiusa una porta, si aprirà un portone”… cos’altro posso dire?? Chi troppo vuole, nulla stringe. O meglio, per dirla alla piemontese, chi troppo tira, strappa la fila.

E coi modi di dire ho finito.

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